Dal caravanserraglio dell’ammucchiata governativa è emersa la perla del Ministero per la transizione ecologica che, a parte lo smalto del nome altisonante, non ha dietro nulla di concreto. Neppure si sa quale sia la differenza con il vecchio Ministero dell’Ambiente.

Il banco di prova sarà la gestione del problema Ilva della quale lo Stato ha appena acquistato il 50% del pacchetto azionario, che tradotto significa, aver dato una vagonata di soldi a coloro che hanno creato il problema Ilva.

Vale la pena di ricordare che già da molto tempo Di Maio aveva salutato come un grande successo la chiusura dell’accordo Ilva, salvo poi farci scoprire che non era altro che l’attuazione del progetto Calenda e cioè il contrario esatto di quanto sblaterato nella campagna elettorale. Sul sito dei cinque stelle si leggeva: Lega e M5s si impegnano a “concretizzare i criteri di salvaguardia ambientale, secondo i migliori standard mondiali a tutela della salute dei cittadini del comprensorio di Taranto, proteggendo livelli occupazionali e promuovendo lo sviluppo industriale del Sud, attraverso un programma di riconversione economica basato sulla chiusura delle fonti inquinanti, per le quali è necessario provvedere alla bonifica, sullo sviluppo della Green economy e delle energie rinnovabili e sull’economia circolare”.

La domanda che ricorre tra i più ottimisti è: ci fanno o ci sono? Evidentemente il tutto è solo frutto di incapacità e se ne è resa conto la Deputata cinque stelle Rosalba De Giorgi che, non avendo capito un cavolo di quello che era stato approvato, si è presentò raggiante davanti a una folla di cittadini di Taranto, convinta di andare ad incassarne il plauso. Invece si trovò a dover fronteggiare una folla inferocita che le urlò la collezione completa delle frasi più oscene ed offensive. A stento fu salvata dalle Forze dell’ordine e scappò a casa. Quella della fuga è una prassi consolidata tra i cinque stelle ed è rimasta nella storia la fuga del Consigliere Comunale di Genova Paolo Putti che garantiva la tenuta del ponte di Genova per i successivi cento anni e che, subito dopo il disastro, è letteralmente scappato da Genova rifugiandosi a casa della madre a 500 chilometri di distanza. Di questo passo chi vorrà “confrontarsi” con il caravanserraglio dovrà tenere conto di questa propensione alla fuga ed attrezzarsi convenientemente. I forconi appaiono particolarmente adatti mentre auguriamo alle Forze dell’Ordine un più degno dispiegamento intorno ai valori veri della nostra Italia: i Musei, i Monumenti, le Biblioteche.

L’Ilva è sempre stato un buco nero in cui bruciare più soldi che acciaio tant’è che si trova traccia delle interpellanze parlamentari che denunciavano detto sconcio già nelle cronache del Parlamento italiano, ma, attenzione, le interpellanze a cui ci riferiamo, sono datate 1920, dicasi 1920! Ma c’è stato  il governo del cambiamento …

Tutto questo si innesta su una situazione che non potrebbe essere delle peggiori per quanto attiene all’acciaio in Italia anche a prescindere dai problemi giudiziari e dalla crisi dovuta alla pandemia e dalla conseguente contrazione degli ordini derivante dalla collegata crisi delle vendite delle auto in tutta l’Europa. Nella sola Germania la produzione è scesa di almeno il 20%.

Tra il primo trimestre 2018 e settembre 2019 il prezzo del Coils a caldo, quello prodotto dall’Ilva, è precipitato da circa 550 a 400 euo per tonnellata a causa della brusca frenata dei consumi, mentre la materia prima necessaria come il minerale di ferro, rimane stabile trainato dalla forte domanda cinese. Il Coils a caldo è un processo di lavorazione meccanico eseguito per ridurre lo spessore della lamiera o il diametro del tondino. Di riflesso, il valore del titolo ArcelorMittal in borsa è passato dagli oltre 30 euro di marzo 2018 a 15.

La produzione rimane in eccesso in tutta Europa e, secondo lo Steel Committee dell’Ocse, lo era per un totale di 425,5 milioni di tonnellate già nel 2018 con un aumento del 4,5% a tutt’oggi. L’inevitabile razionalizzazione comporta un drastico taglio della manodopera diretta e dell’indotto.

ArcelorMittal ha già chiuso l’altoforno di Cracovia, delle Asturie e di Brema e ridotto la produzione a Dunkirk e Eisenhuttenstadt; Salzgitter ha ridotto la produzione di 600.000 ton/anno e Saab ha ridotto di 1,8 mil/ton a Raahe in Finlandia e Oxelosund in Svezia; Liberty ha ridotto del 20% a Ostrava.

In Italia invece si insegue il rilancio dell’acciaieria di Piombino per la quale il gruppo indiano Jindal ha un piano industriale che tale non è, anche volendo considerare che si concretizzi l’ordine per 900 milioni di euro per la fornitura di rotaie alle Ferrovie dello Stato. Solo per Piombino servirebbero investimenti per circa 250 milioni di euro al netto dei costi per la conversione e la decarbonizzazione a emissioni zero del Green deal la cui eventuale mancata veloce realizzazione, nei prossimi 3 – 5 anni, spianerebbe la strada ai produttori cinesi, alla Nippon Steel giapponese e alla Posco della Corea del sud.

La ArcelorMittal ad Amburgo ha l’unico impianto europeo in grado di produrre acciaio con la modalità dei forni ad arco usando idrogeno ma per estendere l’esperimento occorrerà investire miliardi di euro che necessiteranno di finanziamenti pubblici, che comporteranno nuove tasse. Tutto questo mentre la ThyssenKrupp cerca di disfarsi di tutti gli impianti e gli Usa pensano di risolvere il problema con le barriere doganali.

Anche Moody è pessimista sulle prospettive delle vendite di auto per i prezzi delle materie prime che salgono e gli ordini che non ripartono anche perché manca una visione chiara della futura domanda, al punto che vengono rimandate le presentazioni delle outlook semestrali.

La Cina invece è ripartita già in maniera travolgente ed ha appena varato un piano per la costruzione di 9 aeroporti e 3.641 km di rete ferroviaria per un utilizzo di 19,56 mil/ton di acciaio. Tale piano di investimenti si accompagna ad una massiccia ripresa della produzione cinese e il crollo delle estrazioni del minerale in Brasile, secondo esportatore di ferro al mondo, che ha ridotto le esportazioni per un quarto.

In aggiunta c’è il costo dell’energia che si è impennato trainato dall’aumento del prezzo del petrolio e il surplus della Market Stability Reserve, volgarmente detta “permesso di inquinare”, in aggiunta al timore di nuove strette relative ai gas serra.

Gli unici a guadagnarci sono i produttori di tavoli visto che per ogni problema, al Ministero per la sviluppo economico, se ne apre uno nuovo. Rimaniamo in ansiosa attesa che qualcuno di questi tavoli venga finalmente chiuso, senza che comporti l’acquisto da parte dello Stato di altri carrozzoni.

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